Il «Commiato» di Luigi Albertini, cacciato dal fascismo: «Qui 25 anni della mia vita. Ho il cuore gonfio di amarezza ma vado via a testa alta»

di Luigi Albertini

Le ragioni dell’addio vengono esposte ne «Il commiato», titolo del lungo editoriale pubblicato in prima pagina. «Sono entrato al “Corriere” nel settembre del 1896 quale segretario di redazione…»

Braccio destro ed erede del fondatore Eugenio Torelli Viollier, azionista del giornale e poi giovanissimo direttore (non aveva ancora 29 anni). La lunghissima era di Luigi Albertini e del fratello Alberto si conclude così, nel ventennio fascista, con la sfida (persa) sulla proprietà del quotidiano, rilevato dai fratelli Crespi. Qui lo speciale con tutti gli articoli dell’Archivio

La domanda di scioglimento della società proprietaria del Corriere della Sera intimatami dai fratelli Crespi porta al mio distacco da questo giornale. Avrei avuto il diritto in sede di liquidazione di entrare in gara con essi per l’acquisto dell’azienda; ma era il mio un diritto teorico che in pratica non potevo esercitare. Non potevo esercitarlo, sia perché mi mancavano i mezzi necessari per vincere nella gara i fratelli Crespi, possessori della maggioranza delle quote sociali, sia perché, quand’anche fossi riuscito a vincerli, la mia vittoria sarebbe stata frustrata dalla minacciata sospensione del Corriere. Abbiamo dovuto dunque, mio fratello ed io, rassegnarci alle conseguenze dell’intimazione dei signori Crespi, cedere loro le nostre quote e rinunziare alla gerenza ed alla direzione di questo giornale.

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Sono entrato al Corriere nel settembre del 1896 quale segretario di redazione, accanto ad Eugenio Torelli Viollier prima ed a Domenico Oliva poi. Ho vissuto coll’uno i moti del ‘98, coll’altro i giorni seguenti, fino al 1900. Nella primavera di quell’anno Torelli Viollier moriva: io assumevo la sua successione nella gerenza e diventavo poche settimane dopo direttore del Corriere. Lo spirito suo, con cui avevo a lungo comunicato, ha dominato tutta l’opera mia. Cominciai col denunciare gli errori di Pelloux, che portarono alle disastrose elezioni generali del 1900, e continuai a serbare fede all’idea liberale quando, caduto nel luglio Re Umberto per mano di Bresci, si scatenò nel Paese una ventata di reazione. Non avevo ancora ventinove anni; mi mancavano ogni autorità ed ogni credito. Eppure, con grave scandalo dei benpensanti e di qualcuno dei miei soci di allora, e con grave pericolo per la mia posizione, cogliendo occasione dal proclama di Vittorio Emanuele III che invocava l’aiuto di Dio e l’amore del popolo per «consacrare ogni cura di Re alla tutela della libertà ed alla difesa della Monarchia legate entrambe con vincolo indissolubile ai supremi interessi della Patria», scrivevo: «Ma non sciupiamo noi stessi tutta la bellezza di quest’ora solenne, di questa concordia promettente di popolo, di questa confusione di demolitori sovversivi costretti d’un tratto a mutar forma, tono ed espressione, a troncar d’improvviso un linguaggio d’odio per assumere accenti, a cui, ben si capisce, la loro voce non è adatta; non distruggiamo noi stessi tutte le speranze di questo risveglio salutare col chiedere provvedimenti di reazione tumultuaria, che tosto scindano in due parti aspramente combattentesi il Paese ora raccolto attorno al suo Capo, e procurino un’agitazione pericolosa per le istituzioni stesse che vogliamo difendere. Le istituzioni hanno ora, in questa prova durissima, dimostrato di essere assai più salde di quanto molti credessero. Diamo mano a rafforzarle mentre l’ora è propizia. Però quest’opera maturi non da scatti di eccitazione effimera, ma da una vigoria costante e ferma».

Qui 25 anni della mia vita Ho il cuore gonfio di amarezza ma vado via a testa alta
Ahimè! La vigoria costante e ferma mancò, a mio avviso, in tutti gli anni che seguirono, e combattei perciò costantemente e tenacemente la politica interna dell’on. Giolitti, dell’on. Orlando e dell’on. Nitti in nome di quell’idea liberale che essi credevano interpretare, e che a me invece sembrava violata e compromessa dalla dedizione continua ai partiti estremi, dalla rassegnazione alle loro pretese, dalla tolleranza dell’azione sovvertitrice che essi compievano sugli impiegati statali, dall’adattamento a scioperi generali aventi scopo d’intimidazione, e via dicendo. In altre parole, secondo me, il dominio della minoranza sulla maggioranza assicurava, sì, periodi di quiete apparente alla nostra vita pubblica e permetteva di superare al momento ogni più grave crisi. Ma il carattere stesso e la natura di queste crisi, che le democrazie più antiche e solide ignoravano del tutto e ad ogni modo sapevano debellare al loro nascere, ammonivano che si comperava la quiete d’oggi col sacrificio di domani, che non si fissavano nella coscienza nazionale quei limiti che tutte le libertà devono osservare per non essere travolte dalia tirannia delle fazioni. Ammonivano insomma che il Paese andava incontro ad oscure vicende.

Nella politica estera come in quella economica tutte le libertà sono solidali tra loro
Il 19 settembre 1920, all’indomani dell’occupazione delle fabbriche, durante la quale corremmo forse il maggior pericolo, sintetizzavo la situazione così:
«È arrivato il momento di decidersi: o la borghesia si dà un Governo, se è ancora in tempo, se trova l’uomo, se l’uomo trova un seguito; oppure dà la responsabilità piena del potere ai socialisti ed ai capi della Confederazione del Lavoro. Ogni corno del dilemma può giustificare obiezioni formidabili; ma non ci sarà persona sensata la quale non riconoscerà che tutto è preferibile a questa vita grama, a quest’agonia vergognosa, nella quale l’Italia vincitrice nella Grande Guerra balbetta il linguaggio della paura e consente a tutte le transazioni più disonoranti. O siamo capaci di tenere il potere secondo le nostre idee, secondo le nostre convinzioni, o vengano avanti gli uomini nuovi ad assumersi la responsabilità di governare senza ragguagliare il prezzo del pane al costo, senza imporre ai pubblici funzionari la più elementare disciplina, senza tassare il vino, senza mettere un freno a tanta licenza dilagante in tutte le classi, senza combattere il veleno che si insinua in ogni vena dell’organismo nazionale….
«Sarebbe un periodo di rischio supremo quello che s’inizierebbe colla prova fatta dall’altra parte. Ma se non c’è via di uscita? Se non c’è da scegliere? Se non c’è altro modo di svegliare questa borghesia pavida, consenziente ad ogni maggior rinuncia?».

Mi si obietta: ma non doveva il “Corriere” accompagnare il cammino del fasciso? Ecco che cosa dissi al Senato
Il risveglio avvenne, e l’on. Mussolini e i suoi amici riuscirono a poco a poco a prenderne le direttive ed a rivolgerlo verso mète concrete, incontrando nella loro opera le simpatie ed il favore, non solo di chi aveva sempre combattuta l’oltracotanza sovversiva, ma anche di uomini politici e di partiti che l’avevano tollerata, se non pur difesa. Ma — mi si obietta a questo punto — non doveva allora il Corriere, che aveva invocato il movimento di reazione dell’opinione pubblica e l’uomo che se ne rendesse interprete, accompagnare il cammino del fascismo dopo la rivoluzione del 28 ottobre col suo più caldo appoggio?
Ecco il rimprovero che oggi mi si muove, a cui in un certo senso corrisponde quello che rivolgono al Corriere oppositori di parte diversa dalla sua che gli fanno colpa di aver troppo simpatizzato col fascismo alle sue origini. Costoro dimenticano la responsabilità che portano di quella situazione da cui il moto fascista derivò, che lo rese fatale, e dimenticano pure che, quando esso assunse forme inquietanti e indugiò in esse, invocammo che si sventasse ogni pericolo non contrastando ai suoi capi la via del potere. Dicevo al Senato il 13 agosto ‘22: «È arrivata l’ora da una parte di finirla con le minacce e le violenze, le quali fanno dubitare che per quella via si voglia o si possa raggiungere la restaurazione dell’autorità dello Stato, dall’altra di riconoscere che il miglior mezzo per togliere ogni pretesto alla violenza è quello di chiamare i fascisti a dar prova della loro capacità a dirigere la cosa pubblica, a mantenere le promesse con le quali hanno attratto nelle loro file tanti proseliti».

A parlare così mi spingevano le notizie sicure che avevo intorno alla preparazione della marcia su Roma. Mi pareva doveroso fare opera pubblica e privata perché l’on. Facta lasciasse presto il suo posto e permettesse così quell’avvento dei fascisti al potere per vie normali che si stava preparando sotto la guida di autorevoli uomini politici di parte liberale, e che doveva dar luogo ad una situazione ben diversa da quella creata dalla marcia su Roma. L’on. Facta non vide o non volle vedere, ed avvenne ciò che avvenne.

Ma discendeva forse dalle opinioni che avevo manifestato al Senato, dai precedenti dell’opera mia e del giornale, dalle tradizioni del Corriere, dall’interpretazione della dottrina liberale, l’obbligo di giudicare con favore il moto rivoluzionario iniziatosi nella notte tra il 27 e il 28 ottobre ‘22 e le sue conseguenze? Mai no. In quelle ore memorabili mio fratello, che dirigeva il Corriere, ed io ci consigliammo ed in pochi istanti scegliemmo e adottammo la linea espressa in un commento di poche righe, di cui la successiva condotta non fu che lo sviluppo, la conseguenza logica, inesorabile.

Di questa condotta non posso – perché desidero evitare che mi sia impedito l’ultimo contatto coi miei lettori – riassumere le fasi principali, ricordare le ragioni essenziali. D’altra parte si tratta di storia recente che quanti mi leggono non possono avere dimenticata. E del resto, quand’anche mi fosse concesso, non so se vorrei rievocarla. Il momento per me è troppo solenne perché sia tentato di turbarlo con note polemiche. Voglio cioè abbandonare queste colonne elevandomi sopra le vicende che me le sottraggono. Voglio dire che non ho mai odiato alcuno, ma ho sentito, ho amato intensamente la mia fede, e l’ho servita a costo di ogni maggior dolore.

Quanti giorni d’impopolarità ho conosciuto! Nel 1908, all’epoca dell’annessione della Bosnia, gl’incoscienti volevano che l’Italia seguisse una politica la quale ci avrebbe portati isolati alla guerra coll’Austria. Bisognava opporsi a tale follia, a rischio di venire accusati di ricever danaro da Vienna, ed attendere l’ora propizia che fatalmente si avvicinava e preparare gli animi. E bisognava, quando l’ora terribile suonò, non esitare, gettar tutto nella bilancia, voler la guerra, e nei giorni più cupi della guerra respingere la pace di transazione ed invocare la dissoluzione dell’Austria e la liberazione di tutte le nazionalità che essa opprimeva. Ogni maggior speranza fu superata: ma in pari tempo ogni maggior premio di popolarità e di applausi fu da noi respinto, allorché si trattò di non tener fede a quel patto che colle nazionalità oppresse era stato stretto in Campidoglio, compartecipi i più autorevoli esponenti del nazionalismo e del fascismo. Dopo? Dopo, tutte le amarezze del dopoguerra e della crisi di collasso a cui dovemmo sottostare. Infine quest’ultima battaglia, combattuta in nome delle stesse idealità, degli stessi principi liberali a cui ho sempre ispirato la mia azione così nella politica interna, come nella politica estera e nell’economica, convinto come sono che tutte le libertà sono solidali fra loro.

A testa alta, su Canale 5: trama, cast prima puntata | Style

Essa mi costa oggi il maggior sacrificio, quello del Corriere, a cui avevo consacrato intera la mia esistenza, che in venticinque anni, assieme a mio fratello e a tanti eminenti collaboratori –ai quali va un pensiero di gratitudine infinita, come va al personale tutto di redazione, di amministrazione e di tipografia – avevo portato a non comune altezza. A tale immenso sacrificio vado incontro con il cuore gonfio d’amarezza, ma a testa alta. Perdo un bene che mi era supremamente caro, ma serbo intatto un patrimonio spirituale che mi è ancora più caro, e salvo la mia dignità e la mia coscienza.

CHI E’
Nato ad Ancona nel 1871, laurea in Giurisprudenza a Torino, assunto nel gennaio 1900 acquista una piccola quota della proprietà del Corriere: un sessantaquattresimo. Il 13 luglio 1900, poco dopo la morte del fondatore, diventa direttore del quotidiano: lo resterà fino al 1921. Liberale e antifascista, nel 1914 viene eletto senatore. Nel 1925 aderisce al Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce. A novembre dello stesso anno viene estromesso dalla proprietà del Corriere, lui e il fratello Alberto cedono le loro quote alla famiglia Crespi. Lascia Milano per trasferirsi a Roma, dove morirà il 29 dicembre 1941: aveva appena compiuto 70 anni.