“L’étrangère”, la forza di una donna in fuga dalla Siria per ritrovare la felicità

Bergamo. “Per me era importante raccontare come si possa davvero vivere e non semplicemente sopravvivere”. Una vita vissuta appieno, con diritti ma anche, e soprattutto, con desideri, quella mostrata in “L’étrangère” (“Pieces of a Foreign Life”, 2025), film di Gaya Jiji, prima pellicola della Mostra Concorso presentata sabato 7 marzo a CULT! Auditorium, nella serata inaugurale del 44° Bergamo Film Meeting. Protagonista è Selma (l’attrice iraniana Zar Amir Ebrahimi) che fugge da una Siria in guerra, lasciando Rami, il figlio, e Iyad (Amr Waked), il marito scomparso (dopo essere stato imprigionato dal regime siriano), per intraprendere un pericoloso viaggio attraverso l’Europa.

Dopo essere stata fermata in Ungheria (con soprusi durante l’identificazione), raggiunge Bordeaux, dove trova alcuni lavori in nero per sopravvivere, temendo sempre di essere espulsa a causa del Regolamento di Dublino. Cerca di ottenere il diritto d’asilo, per permettere al figlio di raggiungerla, e conosce l’avvocato Jérôme (Alexis Manenti), che deciderà di aiutarla. I due così si avvicinano, mentre diventa sempre più freddo il rapporto con Iyad. La regista, siriana e residente in Francia, mette in scena uno sguardo concreto sui diritti, ma, soprattutto, sui desideri delle donne. Merito anche dei singoli attori, che mostrano la complessità insita nei propri personaggi senza cadere nello stereotipo, anche grazie alla gestione dei silenzi, ad una recitazione “a sottrarre” che si avvale di sguardi densi di significato e non-detti.

La forza di una donna anticipazioni dal 9 al 14 marzo

Pensieri ed emozioni sempre contenuti, che trovano forza nelle ellissi portate dalla regista siriana, ulteriore elemento capace di donare forza al femminile. Un mélo politico che, pur non originale nello sviluppo, trova alcune buone scelte stilistiche come nei fuoricampo telefonici che richiamano le stragi in Siria e le esplosioni che portano morte in Medio Oriente, mentre in Europa sono solo rumore di fondo di festeggiamenti per il Capodanno. Il dolore permane, ma placato da una delicatezza complessiva: gli orrori della Siria rimangono solo accennati. Resta sempre il mare, ad aprire e chiudere la pellicola: mare in cui annegare, ma anche nuova via, per una nuova vita.

Un conflitto tra spiritualità e scienza, ma, soprattutto, un confronto generazionale e genitoriale sono quelli al centro di “Supernatural”, documentario del catalano Ventura Durall, presentato alla Sala dell’Orologio, il primo proposto all’interno del concorso Visti da Vicino. Un confronto tra un padre, il rinomato sciamano guaritore André Malby, e il figlio Mathu, medico che si è allontanato dal percorso spirituale del padre. Un confronto che non giudica, ma, anzi, lascia aperte diverse porte, in modo che ognuno possa farsi la propria idea.

Centro del discorso è, appunto, la figura di André Malby, presentata in maniera opposta (ma complementare) di Mathu e dell’attrice Anna Alarcón, convinta che il guaritore sia riuscito a salvarla con poteri paranormali, tramite una sorta di guarigione telepatica dall’anoressia. Attraverso un’ottima fotografia (di Nùria Gascón e Ivan Castiñeiras), il documentario si esaltata nelle sequenze oniriche ed in esterni, mentre, attraverso filmati d’archivio e fotografie, riesce a definire la figura enigmatica di André Malby. Un ritratto che non manca mai di sottolineare tutta la vulnerabilità e la crudezza di quello che rimane, prima di tutto, un uomo.